“L’uomo tra due sedie”. Eredità tedesca di Yvan Goll

“Devo solo imparare di nuovo a respirare. L’aria europea dei tigli mi fa un bene infinito. Dovrei poter guarire qui…”. La leucemia lo sta consumando e il suo esilio americano è giunto finalmente al termine; Yvan Goll, con queste parole scritte da Parigi, affida all’amico Wolfgang Gordan la struggente illusione che il suolo europeo potesse guarirlo. Lo stesso verbo tedesco “umatmen”, ovvero cambiare il modo di respirare, ci dice tanto di più di una semplice speranza malata; è il segno della vita di un poeta che di sé stesso ammise “Yvan Goll non ha una patria” e che, dopo una parabola esistenziale, ritroverà il tedesco solo alla fine, nella sua cifra più intima.
“O segugio di sangue del dolore / Nella mia milza è la loro cucina”
Yvan Goll nacque in Alsazia con il nome di Isaac Lang, in un territorio di perenne contesa tra Francia e Germania, dove il logos germanico e la clarté francese si sono incontrati per secoli. Trascorse la vita a cambiare pelle e lingua, rivendicando la sua mancanza di patria, muovendosi tra l’Espressionismo e il Surrealismo. Kurt Pinthus lo definì “Ebreo per destino, nato per caso in Francia, considerato tedesco a causa di un timbro su un documento”; tesi confermata dalle parole dello stesso Goll in una lettera a Majakovskij: “Scrivo in tedesco e in francese, ma appartengo solo all’Europa”.
Goll, però, si offre alla decadenza di un’Europa “torso del mondo”, un organismo malato di quella che egli definì satiricamente Eurokokke; il continente infettato da un virus di noia mortale e vacuità spirituale. Non a caso, egli recupera l’etimologia ebraica del nome Europa, derivandola dalla radice ereb, ovvero “il tramonto” o “l’ultimo”, sancendo la fine di una civiltà che ha smarrito il sacro per rifugiarsi nel formalismo di una religione pietrificata. Per Goll, essere un poeta europeo significa dunque sradicamento, ponte.
La sua erranza rapsodica attraversò le faglie sismiche del secolo breve. Nel 1914 rifiutò la furia bellica e si spinse verso l’esilio pacifista in Svizzera. Poi venne fuori il perfetto bilingue provvisto di muta; negli anni Venti visse a Parigi accanto ad Aragon e Breton (con il quale si prese a scazzottate dopo che questi non accettò il surrealismo laico ed eretico di Yvan), e diventò un punto d’incontro tra la Francia e Berlino, con Majakovskij e Döblin. Con l’avvento del nazismo nel 1940 partì per New York, e qui fondò la rivista Hemispheres, riconoscendosi in “Jean sans Terre”, il Giovanni Senza Terra, pellegrino che porta su di sé il dolore dei cinque continenti. Per una vita intera si costruì un mondo a sé stante, tutto suo, in un dopoguerra che si infilò con guanti di cashmere, tra classi sociali, realtà e avanguardie a cui Goll mai si sentirà di appartenere.
Il Surrealismo è passato attraverso di me e vi ha depositato i suoi sali. Ma mi sembra che questa Traumkraut sia la pianta di una nuova nascita.
– Goll in una lettera ad Alfred Döblin
La dottrina golliana matura ambisce a illuminare l’essenza ontologica della materia, una dottrina che lui stesso chiamerà Reismus. Nel suo Manifesto del Reismo, Goll opera una distinzione fondamentale tra la Realitas, la superficie fenomenica e opaca, e la Res, la cosa in sé intesa come radice pulsante del reale; la poesia non può essere vacua magia verbale. La figura del Feuersohn (Figlio del Fuoco) si staglia al centro di questa alchimia; Goll si percepisce come un discepolo di Eraclito nato in Asia, colui che ha il compito di ricondurre la fiamma “nella casa dei padri” per purificare una tradizione inaridita. Il fuoco golliano è un principio di rinascita e purificazione. In Geburt des Feuers tale lingua ignea trova la sua invocazione:
“Padre del fuoco benedici il tuo figlio del fuoco”
Genitore e prole, l’elemento distruttivo è riscatto dell’uomo; la prigione materica può restituirlo alla trasparenza assoluta.
L’ultima stagione di Goll, purtroppo, è segnata dal tragico vaticinio della leucemia, malattia che distrugge il sangue, l’unico elemento rimasto con una patria vera. In un paradosso quasi crudele, la “lingua materna” riprende possesso di Yvan mentre il suo corpo si avvia alla dissoluzione; lo scrivere diventa un atto letteralmente ematico, un’estrazione di verità dalle ceneri dell’esistenza. La raccolta Traumkraut, tradotta negli anni settanta da Einaudi con Erba di Sogno, fu composta tra l’esilio americano e il crepuscolo vitale nell’ospedale di Strasburgo; una sorta di testamento in cui il dolore fisico si sublima in visione cosmica.
Goll scriveva mentre “la morte masticava il suo cuore”, ma la sua parola, nutrita dal fuoco angelico, cercava la verità che trema nel vento prima dell’ultima alba.
“Dopo vent’anni di distacco sono ritornato alla lingua tedesca, con quale dedizione e desiderio di rinnovamento, quasi col cuore in gola…”
– Goll in una lettera ad Alfred Döblin
È necessario appuntare che la statura di Goll è stata lungamente oscurata dal denominato “Goll-Affaire”; controversia tossica scatenata dalle accuse di plagio mosse dopo la morte di Yvan da sua moglie Claire Goll contro Paul Celan. Negli anni successivi, grazie al rigore filologico di Walter Jens e Peter Szondi, tali infamie furono definitivamente polverizzate. Claire retrodatò la genesi di Traumkraut al 1941 per far apparire le intuizioni di Goll come anteriori a quelle di Celan. I dati bibliografici sono, tuttavia, inequivocabili: i versi celaniani presi di mira erano già presenti in una raccolta del 1948, che precede le edizioni postume di Goll pubblicate tra il 1951 e il 1954. Le affinità riscontrate appartengono a un patrimonio di archetipi condivisi e non a un furto intellettuale; restituire onore a Goll significa riconoscerne l’originalità parallela a quella di Celan. Due mostri cercatori di assoluto lungo solchi estetici e ontologici distinti.
“Mezzanotte del Sud / Tu hai colto la paura delle mie erbe”
Yvan Goll si spense nella periferia parigina nel 1950, lontano dalla vacua appartenenza, lontano dall’Alsazia. L’abitante dello spazio “tra due sedie”, colui che rifiutò ogni asilo identitario per farsi testimone del dolore dell’araldo di un umanesimo planetario. La sua sepoltura a Parigi, al cimitero del Père Lachaise, accanto a Chopin e Wilde, è il simbolo della sua definitiva accoglienza nel canone della grande letteratura europea. La testimonianza di un uomo che, nel cuore della catastrofe europea, ha continuato a cercare il nome segreto delle cose; il canto di un viandante che respira l’assoluto.
Da Traumkraut tre poesie tradotte:
Gli altiforni del dolore
Il lago salato
Ore


