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Sentieri

L’astro della poesia inglese: Rupert Brooke in due ritratti italiani

L’astro della poesia inglese: Rupert Brooke in due ritratti italiani

Nel gruppo di intellettuali adunati da Piero Gobetti intorno alla rivista «Il Baretti» – attiva a Torino dal 1924 al 1928 – un fervido dibattito intercettò le arti e le letterature del primo Novecento europeo: erano gli anni di Praz, della critica acuta e di maniera, sensibile agli influssi stranieri laddove fossero più vividi e originali. Sorvolando le contee d’Inghilterra, l’attenzione dei letterati italiani cominciò a rivolgersi – superati i climi tardo-vittoriani e le atmosfere della fin de siècle (specie i sommi Swinburne, Yeats e Dowson) – all’esperienza della coeva poesia georgiana, che in patria aveva da poco lasciato il passo alle sperimentazioni imagiste e moderniste trainate da T.S. Eliot ed Ezra Pound.

Così, l’eco dei giovani poeti riuniti sotto l’ala di Sir Edward Marsh sarebbe giunta con un ritardo di appena qualche anno in Italia. L’ultima antologia Georgian Poetry, a cura di Marsh, fu data alle stampe nel 1922 e coincise con l’annus mirabilis del Modernismo, da cui venne definitivamente sorpassata. Non si trattò di una vera e propria scuola, né di un movimento rigidamente programmatico, piuttosto di un coro di voci animato dalle comuni intenzioni dei suoi fautori, con l’obiettivo di riportare la poesia nazionale nell’alveo del primo romanticismo, alla semplicità dei temi e del dettato, quindi spogliandola degli artifizi retorici e degli stilemi tipicamente vittoriani.

I membri di spicco del cenacolo georgiano – ospitati da Harold Monro presso il suo Poetry Bookshop a Londra – erano Lascelles Abercrombie, Walter de la Mare, Rupert Brooke, Robert Graves, John Drinkwater, John Masefield, Harold Monro, Wilfrid Wilson Gibson, W.H. Davies e J.C. Squire (che assunse il compito di portavoce dopo la scomparsa dei compagni). Pochi furono invece gli epigoni.

Nel 1925, all’interno del quattordicesimo volume del «Baretti» – sotto il titolo “Lirica inglese moderna”1 – apparve un articolo dedicato ai maggiori esiti raggiunti dai poeti inglesi contemporanei, dall’idillismo magico di Walter de La Mare ai rari poemetti descrittivi di Aldous Huxley. Il testo, a firma di Elio Gianturco, si apre con l’omaggio a un prodigio della poesia d’anteguerra, consacrando il ricordo di un poeta ragazzo morto da soldato il 23 aprile 1915, nel giorno di San Giorgio e di Shakespeare. Rileggiamolo:

Tra gli arbusti del novo orto delle Eliconidi novecentesche, Rupert Brooke rendeva imagine del più promettente. Splendevano in lui i presagi delle fruttuosità future: sarebbe stato egli senza dubbio l’albero esperio, cui il produrre frutte di oro granito non avrebbe tolto di murmurar tuttavia al più tenue blandimento dell’aria. Possedeva una visione netta, e la facoltà di fermar l'imagine sigillandola: una emotività profonda, per cui la sensazione continuava a vibrargli dentro, pur dopo d’aver ricevuto il crisma espressivo. Ascoltate quale suprema pacatezza tremante:

I MORTI Codesti umani cuori furon detersi prodigiosamente dal duolo, esaltati dal giubilo. Gli anni li avean politi: possedevano l’alba, e l’occaso, e i colori terrestri. Avean goduto il moto, ed ascoltate musiche: cògnito il sonno e la [vigilia: amato; contratto amistà: provato il sùbito rinascimento della meraviglia, la dejezione della solitudine: toccato corolle, e manevoli stoffe, e labbra. Or tutto ciò è finito. Codeste son acque, che i Vènti mutevoli còncitano a riso, che i cieli opulenti illuminano tutto giorno. Ed ecco, il Gelo, con un cenno, ghermisce il flotto che danza, arresta ogni sua leggiadria vagabonda. E non lascia che un fulgore non franto, una raccolta radianza, una largura, una pace che brilla — al cader della notte.2

La guerra ha reciso lo stame della vita al bardo giovine che a se stesso, innanzi tratto, ha cantato l'epicedio The Soldier: una delle poche cose degne di sopravvivere alle improvvisazioni suscitate dal carnaggio spaventoso.

Se perfino Mario Praz3 sottolineò il valore primigenio dell’opera di Brooke, scalzando la leggenda romantica che lo aveva eletto a simbolo eroico della Grande Guerra, altri critici nostrani risposero diversamente alla voce del deprezzato war poet. Per coloro che vollero rileggere la sua opera dalla fine e non dal principio, nonché alla luce delle circostanze belliche che ne avevano ispirato gli ultimi componimenti, Brooke era stato il cantore della propaganda, a cui aveva contribuito con ingenuo sentimentalismo. Scritto alla dichiarazione del conflitto, il primo esecrabile sonetto di guerra, intitolato con grande paradosso Pace, tuonava: «Adesso, rendiamo grazie a Dio che ci ha reso pronti alla Sua ora».4

D’altra parte, tenendo fede ai giudizi degli ammiratori Henry James, Ezra Pound, Virginia Woolf e Vladimir Nabokov, Piero Rebora descrisse il giovane poeta come uno dei lirici più dotati della sua generazione:

Sono poeti che si compiacciono di descrivere, con infinito amore e spesso con amara nostalgia, le intime segrete bellezze dell’Inghilterra rurale, di quell’Inghilterra agreste, quasi età dell’oro pastorale, che il brutale industrialismo moderno ha quasi dovunque distrutto. […] Questo spirito agreste e nostalgico è tuttavia tinto di romantica malinconia, che in alcuni casi si drammatizza in grave senso del tragico, o si libera nell’ironia o nel grottesco (specie in Rupert Brooke). Non sarebbero inglesi questi poeti se al loro romanticismo emotivo non accompagnassero uno stato ansioso di indicazione morale, un delicato amor di patria, e soprattuto quel sovrastante sentimento della morte, che li affratella alla poesia metafisica di Eliot e degli altri “modernisti”, e in fondo alla vera poesia di ogni tempo. […] Il prestigio di questi poeti “georgiani”, quasi sempre fedeli alle forme chiuse della versificazione tradizionale, ancorché non manchino fra di loro tentativi di esperimenti e tecniche nuove, andò declinando dopo la prima guerra mondiale, quando, dopo il 1920 circa, nuove tendenze si andarono affermando; con gli “imagisti”, con Pound, con Joyce, con Lawrence, con Eliot ed altri. […] Rupert Brooke (1887-1915) ci riporta alle figure quasi leggendarie della letteratura, e ci fa ricordare Philip Sidney. Studente a Cambridge, bello d’aspetto, greco nel mesto amore della bellezza, studioso degli elisabettiani, egli morì di febbri nell’Egeo, soldato durante la prima guerra mondiale. Aveva ventotto anni e venne sepolto nell’isola di Sciro. Rappresenta (con J. Elroy Flecker) la tendenza prettamente universitaria, raffinata e aristocraticissima. Un suo sonetto patriottico [The Soldier] ebbe immensa popolarità durante e dopo la prima guerra mondiale.5

Ancora oggi la poesia di Rupert Brooke – vastissima, se si pensa alla vita breve, e non confinata ai cinque sonetti idealistici e patriottici (“1914”) che gli valsero la fama postuma – rimane associata a quella schiera di autori che la critica odierna ha voluto ingiustamente dimenticare relegandoli alla categoria di minori. Eppure, come annunciava alla morte del poeta il panegirico di Winston Churchill, «gli echi rimarranno».6 Diventano allora occasione di riscoperta e di rinascita nella nostra lingua.

  1. Si riporta il testo pubblicato sulla rivista «Il Baretti» (anno II), n. 14, vol. 14, a cura di Piero Gobetti, Cuneo, Società Tipografica L'Alpina, 1925. Il numero accoglie contributi a firma di Franco, Elio Gianturco, Cesarino Giardini, Vito Giuseppe Galati, Edoardo Persico, Mario Gromo e Alberto Cappa.
  2. La traduzione del sonetto The Dead (IV) è opera di Gianturco.
  3. Si veda M. Praz, “Rupert Brooke”, Studi e svaghi inglesi, Garzanti, Milano, 1983.
  4. R. Brooke, “Peace”, in 1914 & Other Poems, Sidgwick & Jackson, Londra, 1915. Questa traduzione è mia.
  5. P. Rebora (a cura di), Poeti inglesi del primo Novecento, Fussi, Firenze, 1948, pp. 11-18.
  6. W. Churchill, “Death of Mr Rupert Brooke”, «The Times», 26 aprile 1915.